ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

20.1.18

Elezioni: dopo gli anestesisti, all'opera gli stregoni di Leonardo Mazzei

Ve ne sarete accorti, da qualche giorno Renzi sta tornando buono per il mainstream. Per mesi l'hanno punzecchiato, e di tanto in tanto bastonato, ma adesso basta che il Pd è già troppo in basso nei sondaggi. Non che l'esito delle urne sia del tutto predeterminabile dal concerto dei media, ma lorsignori ci provano. Eccome, se ci provano! Per il blocco oligarchico, messa in sicurezza la linea eurista, addormentato cioè il dibattito sull'Europa al fine di renderlo quasi monocorde e certamente innocuo, è ora il momento di provare a disegnare gli scenari più consoni del dopo-voto. Finito il tempo degli anestesisti, è ormai arrivato quello degli stregoni.

Sull'esito del lavoro degli anestesisti, certo frutto di tanti fattori, ha già scritto in maniera mirabilmente sintetica Sandokan: «Sulla questione delle questioni, quella della gabbia dell'euro e dell'Unione europea, si registra un contestuale avvicinamento delle posizioni di tutte le diverse forze politiche in campo». Insomma, tutti a criticare l'Europa così com'è, ma tutti a vendere nel mercato elettorale l'unica soluzione totalmente impossibile, cioè quella della "ridiscussione", "riforma", "revisione" dei trattati che è del tutto irrealizzabile, altro non fosse che per la necessità di un voto unanime di 27 Paesi con i loro diversi (e spesso contrapposti) interessi in campo. Da qui la sua conclusione: «le elezioni 2018 passeranno, l'euro resterà, e nessuno gli torcerà un capello».

Ora, tutte le persone informate dei fatti sanno che senza affrontare il nodo europeo non può esserci spazio alcuno, non solo per combattere la disoccupazione ed uscire davvero dalla crisi, ma neppure per misure parziali volte quantomeno ad alleviare le sofferenze sociali che la crisi ha portato con se. Ne consegue che tutti i programmi elettorali, per lo più basati su promesse ed obiettivi mirabolanti, sono quanto di più falso la storia elettorale italiana abbia mai registrato fino ad oggi. Come falso è il dibattito che ne deriva. Ma questo ogni persona minimamente avvertita già lo sa.

Quel che resta da mettere agli atti è che, almeno da questo punto di vista, l'azione degli anestesisti del sistema è riuscita. Il che, dopo 10 anni di crisi tutt'altro che risolta, dopo 5 anni della più indecente delle legislature, è sinceramente sconfortante.

E ora? Dopo gli anestesisti, avranno successo anche gli stregoni che lavorano alle future alchimie parlamentari e governative affinché nulla cambi in questo disgraziato Paese?

Già, che «nulla cambi» è il loro evidente e dichiarato obiettivo. Così non fosse non ci proporrebbero ancora il volto di pesce lesso Gentiloni. Un volto conservatore come pochi, tanto nella mimica quanto in quel cognome aristocratico che porta.

Il fatto è che la generale omologazione al credo eurista ancora non basta a disegnare una maggioranza in grado di reggersi in piedi. O meglio, questa omologazione, proprio perché rende possibili diverse soluzioni variamente gradite a lorsignori, sembra non determinare ancora una chiara gerarchia nelle loro preferenze.

Eppure questa gerarchia esiste. I dominanti son sempre previdenti, e - almeno quando possono permetterselo - oltre al piano A cercano sempre di avere un piano B. Da qui una certa apparente confusione, che adesso inizia però a diradarsi.

Il piano A è rimasto quello che avevano pensato in autunno, le cosiddette "larghe intese", formula alquanto vaga che voleva nascondere quel patto Renzi-Berlusconi che ha consentito la forzatura del Rosatellum. Questo piano ha oggi però una variante, quella che prevede a Palazzo Chigi un "terzo uomo": non più il ritorno del Bomba come sembrava a settembre, ma un personaggio più grigio ed addomesticabile, insomma se non Gentiloni, magari Padoan o qualcun altro ma di quella fatta. Ecco a cosa è servita la pressione su Renzi, a fargli accettare il passo indietro sulla presidenza del consiglio. Certo, se il Pd dovesse recuperare rispetto ai sondaggi il fiorentino rispolvererebbe all'istante le sue ambizioni. Ma non pare proprio che sia questa l'aria che tira.

C'è però un piano B, quello del "governo del presidente" evocato da D'Alema. A seconda dei risultati, il piano B potrà essere una scelta od una necessità. Una scelta qualora i numeri del piano A (sulle cui possibilità di successo torneremo in un prossimo articolo) risultassero troppo risicati, una necessità se quei numeri proprio non vi fossero.

La differenza tra questi due piani è ovvia: il primo esclude i Cinque Stelle, il secondo li ricomprende. Nel primo caso ad M5S verrebbe assegnato il classico ruolo dell'opposizione di Sua Maestà, nel secondo quello di ruota di scorta governativa delle più collaudate forze sistemiche. La prima soluzione è quella per cui lavorano gli stregoni dell'informazione, la seconda è una possibile necessità non più esclusa per principio dall'oligarchia, ma solo considerata un po' meno vantaggiosa della prima.

Se oggi Renzi sta tornando buono per il mainstream è perché un Pd in caduta libera finirebbe per determinare nei collegi uninominali una polarizzazione M5S-destra, assai più che Pd-destra. Con il risultato, ben colto dai sondaggisti, di danneggiare non solo il partito di Renzi al centro-nord, ma pure la destra al sud e nelle isole. Ecco allora il duro lavoro degli stregoni della comunicazione per riportare su le quotazioni del Bomba. In cambio Renzi ha dovuto platealmente dismettere il suo refrain preferito, quello del vincitore delle primarie come unico candidato alla guida del governo da parte del Pd. Oggi per Palazzo Chigi gli va bene un pd-purchessia, domani accetterà forse anche un non-pd-purchessia pur di non tornare nell'anonimato della sua Rignano.

Resta che, specie con questi chiari di luna, quello degli stregoni è pur sempre un lavoro duro. Lavoro che sarebbe quasi impossibile, se solo vi fosse un'alternativa politica credibile. Ma questa non c'è. C'è anzi la sua negazione fatta persona nel volto neodemocristiano di Luigi Di Maio. Mala Tempora Currunt!

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19.1.18

SALVINI, LA FLAT TAX E I MINIBOT di Marco Cavedon

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona. Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?

Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essere accettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che 
“La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.
Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

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15.1.18

EURO SÌ, EURO NO, EURO NÌ, EURO BOH di Sandokan

Con le elezioni che si avvicinano assistiamo ad un evidente paradosso.

Sulla questione delle questioni, quella della gabbia dell'euro e dell'Unione europea, si registra un contestuale avvicinamento delle posizioni di tutte le diverse forze politiche in campo.

Fino ad un anno fa c'erano, diciamo così, due campi apparentemente opposti: quello pro-euro (Partito Democratico, Forza Italia ecc.), e quello no-euro (M5S, Lega salviniana e Fratelli d'Italia). 

Fateci caso, è accaduto che entrambi questi schieramenti si sono assestati su una posizione se non uguale, del tutto simile, quella di euro-nì.

In cosa consiste l'euro-nì? Nel sostenere che siccome l'euro così com'è non va bene per l'Italia, occorre riformarlo, ovvero bisogna riformare l'Unione europea. Così, avendo gli euro-fanatici fatto un passo avanti, e gli euro-critici un passo indietro, ecco il miracolo di trovarli tutti nel medesimo luogo politico.

Il mantra viene diversamente declinato —"Ridiscutere i Trattati europei", "Ripensare i Trattati", "Riscrivere i trattati"—, la sostanza è la medesima. Si tratta, ovviamente di una presa per il culo, non fosse che ogni persona che abbia sala in zucca sa che non convincerai mai la Germania ad abbandonare le sue posizioni (monetariste e ordoliberiste), né tantomeno è immaginabile l'unanimità tra tutti e 27 paesi dell'Unione (erano 28 con il Regno Unito), unanimità che proprio i Trattati ritengono indispensabile per modificarli.

Sullo stesso luogo si ritrovano anche le forze minori del fianco sinistro del panorama politico, Liberi e Uguali e Potere al Popolo. 

Un esempio? Si legge in uno dei programma elettorali:
«Revisione dei Trattati, prevalenza della nostra Costituzione sulle leggi comunitarie»
Indovinate in quale programma elettorale è scolpita questa frase? 
Penserete in quello dei 5 Stelle? di Liberi e Uguali? di Potere al Popolo?

Sbagliato! E' il programma elettorale del centro-destra di Berlusconi-Salvini-Meloni.

Morale: le elezioni 2018 passeranno, l'euro resterà, e nessuno gli torcerà un capello.

Fonte: sollevazione




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12.1.18

DI MAIO, IL TRADITORE di Sandokan


Le elezioni si avvicinano e la gara a chi spara la cazzata più grossa è partita. Nel centro destra Berlusconi sorpassa Salvini (via la legge Fornero e quella sui vaccini) e promette, oltre che l'allungamento della vita a 120 anni con la pensione minima a mille euro, l'abolizione del Jobs Act.
Sul fronte opposto (si fa per dire) Renzi lancia la proposta del salario minimo legale di 9/10 euro. A sinistra, preoccupati di non apparire "populisti", volano basso: Pietro Grasso ha proposto l'abolizione delle tasse universitarie per tutti.

Potete star certi che nessuna di queste misure verrà adottata da questi signori nel caso, Dio non voglia, salissero al governo. Ci penserà l'Europa a ridurre questi giullari a più miti consigli, con le buone o con le cattive. Ovviamente questi imbroglioni lo sanno, e solo per questo loro uso sistematico dell'inganno non solo non vanno votati ma andrebbero messi alla gogna.

Luigi Di Maio invece, pensando di smarcarsi da questa commedia di scimmie, siccome  sente profumo di governo, non perde occasione, dato che al governo ci vai se hai il beneplacito dei poteri forti, di lusingarli, sforzandosi di apparire come un leader affidabile.

Così ci spieghiamo, dopo tante manfrine, il definitivo voltafaccia sulla questione dell'euro. Lo ha fatto l'altra sera a Porta a Porta, tempio del politicantismo. Egli ha testualmente affermato:
«Il quadro europeo vede non più quel monolite che era l'asse franco-tedesco, ma c'è un momento in cui l'Italia può contare di più a quei tavoli, e quindi non credo che sia più il momento dell'Italia per uscire dall'euro, infatti io parlo del referendum come estrema ratio, che spero di non utilizzare».
Così, con questo gettare nel cesso uno dei motivi che hanno spinto al successo il M5S, Di Maio è il protagonista della commedia di scimmie della politica italiana.

Né ridere né piangere, scriveva Spinoza, ma capire. E la prima cosa da capire è che il Movimento 5 Stelle, semmai andasse al governo, a parte qualche nota stonata, suonerà lo stesso spartito degli orchestrali precedenti, in devoto rispetto dei diktat euro-tedeschi. 

Sì, i Cinque Stelle sono diventati il tappo, l'ostacolo principale che impedisce un profondo cambiamento, che potrà avvenire solo con una sollevazione di popolo. Sì, in ultima istanza i Cinque Stelle sono diventati l'ultima muraglia a difesa del sistema.

Forse è proprio per questo che sarebbe bene che salgano al governo, perché i tanti cittadini che ancora si illudono che i Cinque Stelle siano diversi, che siano l'alternativa, si ricrederebbero.

Forse questo è il solo modo per spezzare l'incantesimo che paralizza milioni di cittadini, per porre fine l'illusione che la svolta di cui il Paese ha bisogno possa venire dall'alto, da questa o quella consorteria politicante.

Forse solo così si libereranno le energie necessarie per cambiare non solo musica, ma anche l'orchestra.


Fonte: sollevazione

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8.1.18

NO ALLA "RIVOLUZIONE LIBERALE" di Piemme



Privati della possibilità di votare per una lista elettorale sovranista costituzionale —sulle cause di questo fallimento e sui colpevoli, che ci sono, sarebbe il momento di fare chiarezza—  chi voteremo, semmai voteremo, il 4 marzo? Di certo non per il Pd, principale arnese in mano ai dominanti, né tantomeno per il centro-destra, che si candida a fare da supplente.

Ieri il vertice di Arcore tra Berlusconi, Salvini e la Meloni si è concluso con l'accordo. Come avevamo previsto il Cavaliere l'ha spuntata. Dopo mesi di invettive e rimbrotti Salvini e Meloni hanno dovuto accettare il sodalizio con la "quarta gamba" dei Lupi, dei Cesa, dei Fitto e dei Tosi — Noi con l'Italia-Udc. 

Il vertice, sulla carta, era solo sulla spartizione dei collegi e la composizione delle liste. La sostanza è che Lega e Fratelli d'Italia, hanno accettato il ruolo di comprimari, anzi di portatori d'acqua al mulino berlusconiano. Berlusconi non aveva mai dubitato (di contro a tanti pseudo-sovranisti che per anni hanno corteggiato Salvini via Borghi Aquilini) che l'avrebbe avuta vinta.
Forte di questa certezza, ha rilasciato a IL FOGLIO una lunga intervista che la dice lunga sul profilo e le priorità del governo in caso di vittoria del centro-destra. Al netto delle promesse acchiappavoti, ha affermato che finalmente verrà messa in atto la cosiddetta "rivoluzione liberale". In estrema sintesi: mani libere alle imprese in nome del famigerato dogma liberista "più mercato e meno Stato". Ovvero proprio ciò che ha causato il disastro sociale e il declino nazionale.

Non si tratta, ovviamente, di una sorpresa, anzi. Quel che importa è che con questa uscita Berlusconi abbia suggellato l'accordo con Salvini e Meloni, mettendo in chiaro ai poteri forti, ma l'aveva già fatto in primavera, che lui è un convinto europeista, e che il suo modello è la Merkel e giammai la Le Pen.

I "mercati" possono in effetti dormire sonni doppiamente tranquilli. Anche ove il centro-destra ottenesse la maggioranza dei seggi, non è detto che governi. 

Così lo stesso Economistaccolto finalmente Berlusconi nella grande famiglia liberale, non fa mistero che andrebbe benissimo un governo di "larghe intese" tra il Pd e Forza Italia, magari allargato a questo o quel cespuglio. E se neanche questo fosse numericamente possibile, sempre Bill Emmot non solo  sdogana i Cinque Stelle ma afferma: «A Berlusconi preferisco Di Maio».

E così il cerchio si chiude. Lorsignori non commetteranno l'errore di puntare su un solo cavallo vincente, a questo giro ne hanno ben tre. Tutto fa brodo pur di evitare l'instabilità italiana, vera e propria bomba ad orologeria che può far saltare la muraglia dell'Unione europea.

E così torniamo al punto di partenza. Mentre chi sta in alto ha non solo tre opzioni e uscite di sicurezza, chi sta in basso, nelle urne, sembra non averne nemmeno una.

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3.1.18

LISTA DEL POPOLO, FACCIAMO A CAPIRCI di Leonardo Mazzei

Risposta a Glauco Benigni su sovranismo e dintorni

Già una settimana fa ho replicato ad un articolo di Glauco Benigni che polemizzava con la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) attorno al tema della sovranità. 

Discussione per nulla astratta, in quanto riferita alle concrete vicende della "Lista del popolo". Adesso Benigni torna sulla questione, rispondendo a sua volta al mio articolo. Gliene sono grato, dato che sarà forse possibile mettere meglio a fuoco alcune questioni.
Benigni inizia dicendoci che gli «dispiace sinceramente che la CLN si sia dissociata dalla Lista del Popolo». Naturalmente non ho alcun motivo di dubitare della sua sincerità personale, ma il problema è un altro, ed è esattamente quello di non voler capire le ragioni della nostra dissociazione. 

Frasi come «Ancora una volta hanno vinto i nostri avversari... frettolose interpretazioni di posizioni espresse durante il dialogo... antichi giochi fondati sulla sfiducia di base e sugli ego», proprio non servono a nulla.

Io rispetto, pur non condividendole, le posizioni di Benigni. Ma il rispetto dovrebbe essere reciproco. E in primo luogo il rispetto avrebbe da manifestarsi attorno alla realtà dei fatti che hanno portato alla rottura. E qui proprio non ci siamo.

Il che mi costringe a ribadire, spero per l'ultima volta, cose già scritte in abbondanza. In breve, quando i promotori della lista (Giulietto Chiesa ed Antonio Ingroia) hanno cambiato le carte in tavola, sulla questione - per noi decisiva - dell'UE, ma pure sul programma di nazionalizzazioni, la CLN gli ha subito scritto per superare il passo indietro compiuto. 

Riporto di seguito un passaggio di quella lettera:
«Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull'Unione Europea che tende a confondersi con l’"altreuropeismo" (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell'economia. Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d'allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla».
La CLN non ha mai preteso di imporre la propria visione, il proprio programma, le proprie parole d'ordine. Abbiamo invece proposto un ragionevole compromesso. Grave colpa, evidentemente, dato che tale proposta è stata sdegnosamente respinta dai due promotori (meglio sarebbe dire padroni) della lista. Benigni era presente all'assemblea del 16 dicembre e tutto ciò non dovrebbe essergli sfuggito.

Non si capisce allora come egli voglia dipingerci come arroganti portatori di "verità". O meglio, lo si capisce fin troppo bene nel successivo passaggio nel quale il Nostro si dichiara nientemeno che agnostico sulle questioni euro ed UE.

Agnostico? Certo che ce ne vuole dopo dieci anni di crisi, di un dramma sociale targato euro/UE, di politiche economiche ed anti-sociali portanti lo stesso marchio, dopo decine di pubblicazioni che hanno mostrato il nesso inscindibile tra euro/UE ed austerità, tra quest'ultima ed il peggioramento drammatico delle condizioni di vita della maggioranza degli italiani!

Ce ne vuole, eccome! Ma se questo ancora non basta, ognuno è libero di percorrere la sua strada. Basterebbe non falsificare le posizioni di chi, avendo aperto gli occhi per tempo, ha solo chiesto un minimo di coerenza a chi pure si dichiara sovranista.

Ma coerenza per cosa? Solo per una mania intellettuale? No, per onestà (che non è solo quella cosa che immaginano i grillini), ma soprattutto per chiarezza politica. Quella chiarezza che avrebbe potuto essere la forza della "Lista del popolo". Una forza che invece non ci sarà, relegando la lista -  ammesso che riesca a presentarsi grazie alla probabile norma "salva-radicali" - nel parco dell'irrilevanza degli zerovirgola.  

Perché questo sarà l'effetto del tabù altreurista. Salvo la Bonino, oggi nessuno è così fesso da dire "più Europa". Tutti chiederanno invece, con maggiori o minori accentuazioni, un'altra Europa. Chiederanno cioè una cosa impossibile. Spiace che anche la "Lista del popolo" abbia scelto di unirsi a questo ipocrita coro. Ma ormai le scelte sono fatte e non è nostra intenzione continuare a polemizzare.

Ci sono però ancora tre cose che voglio dire a Benigni.

La prima riguarda il livello di coscienza degli italiani sul tema euro/UE. Secondo il rapporto 2017 del Censis, pubblicato di recente, il parere degli italiani sulla moneta unica è negativo per 80,1% degli intervistati. Non solo, mentre il 95% esprime il senso di appartenenza alla propria nazione, solo il 45% manifesta un analogo sentimento verso l'Ue, che sarebbe "forte" solo per l'8%. Queste le cifre assolute, ma l'orientamento anti-euro ed anti-Ue è più forte tra gli operai, i disoccupati e le casalinghe. Insomma, le classi popolari sembrano avere le idee più chiare di tanti promotori di liste (e non mi riferisco soltanto alla "Lista del popolo")... Non tenerne conto, in nome di una posizione "politically correct", è semplicemente autolesionista. Peccato.  

La seconda riguarda la Banca d'Italia, che noi vogliamo riportare sotto il controllo pubblico e la "Lista del popolo" invece no. A leggere Benigni qui si coglie un certo livello di approssimazione. Per il Nostro essa servirebbe soltanto «a stampare quantità illimitate di moneta». Tutto ciò solo «in ossequio alla Sovranità del Mercato». 
O Santo Cielo! Ma di cosa straparla? A parte il fatto che in un regime di sovranità monetaria è il governo che dispone questa o quella mossa della Banca centrale, come dimenticare le altre funzioni macroeconomiche di questa banca, tra le quali la politica dei tassi e la funzione di acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico? La verità è che senza una Banca centrale sotto il controllo pubblico non può esserci una politica economica degna di questo nome. Ma qui è Chiesa che ha chiesto un giuramento sulle opposte tesi del Micalizzi. Auguri!

La terza riguarda certi ragionamenti catastrofisti di cui il Nostro ha infarcito il suo intervento. Quelli secondo cui uscire dall'euro/Ue sarebbe il caos se non la catastrofe. Su queste cose tanto abbiamo scritto (certo non solo noi) e qui non ci torniamo sopra. Mi limito perciò ad indicare al Benigni il nostro Vademecum sull'uscita dall'euro. E' della primavera del 2014, ma è sicuramente più aggiornato di certe "riflessioni" che ci vengono riproposte ancora oggi. Noi abbiamo sempre detto che l'uscita dalla gabbia dell'euro non sarà di certo una passeggiata, ma le classi popolari del nostro Paese non possono più passeggiare serenamente da tempo. E' per questo che parliamo della necessità, per gestire tale rottura, di un governo popolare d'emergenza fondato sulla realizzazione di un programma di misure economiche urgenti.

Infine, ma qui siamo al comico, il Benigni chiede a me (sic!) di garantire che le non meglio precisate "Forze Occulte" non tentino di innescare il caos il giorno dell'uscita dall'euro. Ma si può!!!??? Certo che le forze del sistema non starebbero con le mani in mano, ma egli pensa forse di poter uscire dall'attuale regime senza scontrarsi con il blocco dominante? 

In ogni caso Benigni si tranquillizzi. Tra incertezze reali e presunte, tre certezze per il giorno dell'uscita mi sento di affermarle: 1) il sole continuerà a sorgere ad est, 2) le stagioni continueranno ad alternarsi, 3) chi non vuol capire oggi avrà le stesse difficoltà anche domani.
Tra queste tre certezze, l'ultima è la più certa di tutte.   

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2.1.18

ELEZIONI: LE LISTE DI SINISTRA E L'EURO

Quindi il prossimo 4 marzo gli italiani saranno chiamati a votare. Sarà bene monitorare profili e programmi delle liste in lizza —ammesso che tutte riescano effettivamente a presentarsi.
Lo faremo mettendo a confronto quanto dicono sull'Unione europea e sull'euro poiché, come chi abbia sale in zucca sa, questi due punti, tra gli altri, sono di grandissima importanza, e quindi dicono molte cose sulla natura delle proposte in campo.

Oggi iniziamo osservando quanto si dice sul fianco sinistro del variegato campo politico.

Cominciamo da LIBERI E UGUALI CON PIETRO GRASSO.

Il loro programma è in costruzione, ma è facile immaginare che per gente come Bersani, che affermò... "No, non e' colpa dell'euro. Se non ci fosse l'euro gli italiani sarebbero in mezzo al 
Mediterraneo con della carta straccia in tasca", un politicante che ha sostenuto il governo Monti, che ha votato tutto, dal pareggio di bilancio fino al Jobs act, essi si attesterànno su una posizione europeista, salvo dire, per salvarsi la faccia, che i Trattati andrebbero cambiati —le posizioni più avanzate di Fassina e D'Attorre sono infatti ultra minoritarie. Una posizione di comodo, quella della modifica dei Trattati, che di fatto unisce tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per renziani, berlusconidi e salviniani vari. 

Come si spiega che pressoché tutte le liste si presenteranno come euro-critiche? Si spiega col fatto che passata la sbornia europeista la grande maggioranza degli italiani, se non è contro l'euro è di sicuro "euro-scettica". Quindi, se vuoi prendere i voti, quantomeno, devi far finta di essere eurocritico o addirittura simil-sovranista.

Veniamo al MOVIMENTO CINQUE STELLE.
I grillini, dopo aver fatto fuoco e fiamme contro l'euro, sentendo profumo di governo, camaleonticamente hanno adottato una posizione che più ambigua non si può. 
L'incarnazione perfetta di questa doppiezza è il Di Maio. Ricordiamo quanto ha recentemente affermato:
«Non abbiamo mai detto che vogliamo lasciare l’Europa...vogliamo restare ma cambiare alcune regole. Ad esempio possiamo superare il parametro del 3% come hanno già fatto Germania e Francia, e poi bisogna rivedere alcuni trattati che stanno danneggiando la nostra agricoltura”...
“L’idea originale dell’Ue era buona e per quanto mi riguarda va separato il tema Ue dal tema Euro. Il referendum sulla moneta unica per noi è una extrema ratio. Vogliamo sederci ai tavoli europei e parlare fra adulti con gli altri leader Ue, con lo scopo di rinegoziare i trattati che stanno bloccando la crescita italiana. Spero che le istituzioni europee siano disposte a negoziare un’altra Unione”».
In un posizionamento di prossimità coi Cinque Stelle troviamo la LISTA DEL POPOLO.
promossa da Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia. Mentre Ingroia lasciatosi alle spalle la tragicomica esperienza di Rivoluzione Civile, pur se solo di recente ha espresso posizioni alquanto nette a favore dell'abbandono dell'eurozona, il primo (Chiesa) non ha mai fatto mistero del suo europeismo in versione eurasista. 
Il combinato disposto vorrebbe essere una sintesi delle due posizioni, prevale tuttavia, anche in questo caso una improbabile variante di altreuropeismo. Dopo avare adombrato alla necessità del 
recupero della sovranità nazionale leggiamo al punto 7) del  programma:
«Non siamo anti-europei. Al contrario vogliamo che l’Italia contribuisca a creare una entità europea capace di svolgere un ruolo cruciale in un mondo multipolare in difesa della pace. Se isolati, gli attuali stati europei saranno travolti dall’azione dei giganti mondiali, senza poter opporre resistenza. Vogliamo un’Europa democratica dei Popoli. Ogni limitazione della sovranità nazionale dovrà essere subordinata alla assoluta ed effettiva parità di tutti i contraenti e in nessun caso dovrà essere realizzata a spese delle garanzie democratiche previste dalla Costituzione. Occorre una nuova Costituzioneeuropea da sottoporre mediante referendum popolari all’approvazione dei cittadini, liberi nel pieno esercizio delle prerogative costituzionali e della propria sovranità nazionale».
Passando in rassegna la lista che raccoglie i rimasugli della sinistra radicale che fu ci imbattiamo in POTERE AL POPOLO.
Riguardo all'Unione europea leggiamo nel programma elettorale:
«Rompere l’Unione Europea dei trattati; costruire un’altra Europa fondata sulla solidarietà tra lavoratrici e lavoratori, sui diritti sociali, che promuova pace e politiche condivise con i popoli della sponda sud del Mediterraneo; rifiutare l’ossessione della “governabilità”, lo svuotamento di potere del Parlamento, il rafforzamento degli esecutivi, l’imposizione di decisioni dall’alto perché “ce lo chiede l’Europa”».
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Abbiamo la riproposizione dell'altreuropeismo, in una versione solo più urlata di quella dell'Altra Europa con Tsipras, per la precisione nella versione paracula di Rifondazione comunista (che è a tutti gli effetti il dominus della lista in questione). L'innesto di Eurostop sembra servito a ben poco visto che della moneta unica, sembrerà assurdo, non si fa menzione. Lo stesso riferimento a "politiche condivise con i popoli della sponda Sud del Mediterraneo", visto l'orizzonte alla "altra Europa" è solo fuffa demagogica. 
Ovviamente guai a rivendicare la "sovranità nazionale" che per i promotori di questa lista sarebbe una parola d'ordine "nazionalista", se non addirittura fascistoide.

Si attesta su una linea del tutto simile la lista PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, messa su dai trotskysti, ovvero la coalizione elettorale tra Partito comunista dei lavoratori e Sinistra classe e rivoluzione (ex-Falce e martello).
Leggiamo nel programma elettorale della lista in questione:
«Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori. Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista».
Una formulazione sciatta e telegrafica  —anche in questo caso, del regime della moneta unica nessuna menzione—, a dimostrazione, oltre che dell'imperdonabile ritardo con cui certa sinistra estrema ha compreso la centralità strategica della questione della rottura con l'Unione, di una imperdonabile superficialità. Ma, come dire, meglio tardi che mai. Come per i loro cugini di cui sopra, vige il tabù della sovranità nazionale.
La sola voce fuori dal coro, l'unica lista che rivendichi l'uscita dalla Ue e dall'euro è quella dello staliniano PARTITO COMUNISTA di Marco Rizzo. Leggiamo da un loro manifesto:
«Fuori dalla UE, dall’euro e dalla Nato è la parola d’ordine che i comunisti pronunciano, senza chiudersi in nessuna visione nazionalistica, senza prospettare un semplice ritorno al passato. Insieme a noi lottano in questa direzione i comunisti di tutta Europa, per la liberazione comune delle classi lavoratrici dei nostri Paesi dallo sfruttamento capitalistico, dal potere dei grandi monopoli».
Solo che, in maniera del tutto simile ai fratelli-coltelli trotskysti, la rottura dell'Unione e l'uscita dall'euro è spostata nell'orizzonte lontano del socialismo. Il che implica, siccome
non ci si deve chiudere ".. in nessuna visione nazionalistica", e si rifiuta ogni "ritorno al passato", che senza rivoluzione socialista tanto vale restare nella gabbia eurocratica. Che è come dire: "Caro dottore, sapesse quanto piango bene in questa valle di lacrime..."
C'è chi ricorda che Marco Rizzo, in quanto dirigente di Rifondazione stava coi governi Prodi che ci portarono nell'euro, e poi, esponente di punta del cossuttiano Partito dei comunisti italiani era addirittura nel governo D'Alema che bombardava la Iugoslavia.
Di acqua ne è passata sotto i ponti...




Continua  »

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