ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

30.4.17

IL VIDEO DELL'ASSEMBLEA PUBBLICA DELLA CLN

Come anticipato, pubblichiamo le riprese videofilmate della prima Assemblea Pubblica della Confederazione per Liberazione Nazionale, svoltasi lo scorso 25 aprile a Roma. 

Le riprese sono a cura dell'amico Edoardo Biancalana.



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29.4.17

PER IL PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE di Ugo Boghetta

Quella che segue è la relazione sviluppata nella tavola rotonda pomeridiana sul tema: per un patriottismo costituzionale all'assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN); Roma; 25 aprile 2017. 

Avevamo pubblicato l'introduzione dei lavori di Moreno Pasquinelli. 
Presto sul canale You Tube le riprese video filmate dell'Assemblea della CLN.

(Nelle note alcuni temi sviluppati in sede di replica)


1) Come vediamo partiti vecchi muoiono, movimenti nuovi esplodono anche in poco tempo. Quindi si può tentare.

Qualsiasi movimento che nasce ha bisogno di un punto di riferimento ideologico, ideale, almeno culturale. Ha bisogno di un catalizzatore a cui riferire tutte le azioni per ottenere un effetto accumulo, per dare un senso generale ad azioni specifiche e parziali che da sole svanirebbero, sarebbero scarsamente efficaci o finirebbero in quadri di riferimento altrui.

Si ha bisogno di un frame, direbbe Lakoff.

Dobbiamo, dunque, creare un quadro di riferimento.

Non solo. Forse dobbiamo "inventare una tradizione" fra vecchio e nuovo, fra passato e futuro.


2) Abbiamo scelto la Costituzione del '48. Non è, nonostante il risultato del 4 dicembre, una scelta scontata. La storia della Costituzione è tanto travagliata quanto la storia del nostro paese.

È una Costituzione dall'altissimo profilo ideologico, culturale, politico, sociale, ma proprio per questo è stata contrastata fin da subito. Prima la guerra fredda, l'uccisione di Mattei, il primo centrosinistra e il tintinnar di sciabole, poi il 68/69 e la strategia della tensione, fino ad arrivare all'uccisione di Moro.

Fin dalla Costituente c'è stato lo scontro con i liberisti, la libertà di mercato, di proprietà, di profitto ad ogni costo, la pretesa illegalità dei poteri pubblici e privati, l'insofferenza a vincoli e controlli.

Da Tangentopoli e dalla cosiddetta seconda repubblica fino ad oggi c'è stato il tentativo di cambiare la seconda parte della Carta per uniformare la prima (immodificabile) all'Unione liberista, ai mercati, alla finanza.

Vorrei far notare che la stragrande maggioranza del Parlamento è: anticostituzionale, acostitzionale o “costituzionale light”.

Una Costituzione con un Parlamento contro: questa è la situazione!!

Non solo. Un altro elemento forte è stato l'impedimento all'autonomia nazionale che era ed è la condizione per applicare una Costituzione così avanzata. Quello dell'autonomia del paese e della sua politica estera è stato un campo di battaglia costante. Del resto, come ben vediamo, da quando siamo nell'Unione, la politica estera è l'altra faccia di quella interna.

In positivo, la Costituzione è dunque anche il riferimento per costruire un nuovo spazio internazionale. Per questo si rovesciano i termini.

Noi vogliamo attuare la Costituzione, per questo siamo contro l'Unione e l'euro in quanto rappresentano il contrario, sono i virus che infettano il nostro paese e la nostra Carta.

Abbiamo bisogno di confini, di regolazione dei mercati, della finanza, delle merci, delle persone. Senza non si attua nessuna Costituzione e nemmeno si pratica alcun internazionalismo concreto.

I lavoratori lo capiscono e votano Brexit, Trump, Le Pen, Melénchon.
Sbagliano? Non capiscono? O capiscono troppo bene che il libero scambio era ed è contro di loro! Infatti non è vero che la globalizzazione ci ha arricchito tutti allo stesso modo, anzi ha arricchito alcuni e impoverito in modo diverso tutti gli altri.

È QUI CHE NASCE LA CRISI DELLA POLITICA. MA QUI STA ANCHE LA POSSIBILITÀ DELLA SUA RINASCITA.

3) Quali sono le caratteristiche fondamentali della Costituzione lo sappiamo:
il lavoro e non l'impresa, i diritti e non la finanza, lo Stato devo rimuovere gli ostacoli (altro che mano invisibile del mercato), l'impresa privata deve concorrere al benessere generale.

Pensiamo alla discussione in Costituente sul salario: il salario non legato alla prestazione in sé, alla mera sopravvivenza del lavoratore e della sua famiglia, ma strumento di dignità e di libertà. Un'economia dunque piegata al benessere, alla dignità, alla libertà.

Questi sono gli elementi di socialità, solidarietà, socialismo che unirono parte dei cattolici, socialisti, comunisti. Questo è quello che dà tanto fastidio.

È un altro mondo rispetto al liberismo e allo stesso capitalismo democratico. Al contrario, oggi siamo addirittura in balia di algoritmi e computer!!

Per questi motivi la Costituzione divide anche oggi il bene dal male, i buoni dai cattivi. Basti vedere il 4 dicembre e le prese di distanza strumentali del PD da manifestazioni indette dall'Anpi.


4) L'attuazione della Costituzione, dunque, è la cifra della nostra storia post seconda guerra mondiale.

O sarà attuata o saremo sempre un paese brancaleone all'interno ed all'esterno. Saremo sempre un popolo di sfigati.

Questione oggi tanto più cruciale a fronte delle contraddizioni insanabili dell'Unione e di un mondo pieno di tensioni economiche, politiche, militari.

Ed è da qui, dall'Unione, dall'euro, dagli Usa, dalla Nato che vengono le insicurezze economiche, i pericoli del terrorismo, le migrazioni di massa.

5) Ma l'attuazione della Carta, lo sappiamo, non si può raggiungere e nemmeno pensare senza costruire un popolo. Ma un popolo non si costruisce senza ideali e obiettivi strategici comuni.

Per attuare la Costituzione serve uno spirito costituzionale, un forte e radicale patriottismo costituzionale. Serve una religione civile radicale.

La questione è come e quale patriottismo costituzionale possiamo e dobbiamo costruire: non ricostruire, ma costruire.

Il mio amico Buffagni direbbe che nessuno morirebbe per una Costituzione. Ha torto. Tanti sono morti per conquistare le Costituzioni, anche per questa Costituzione. Certo è più difficile morire per attuarla. Una volta che si è conquistata sembra che si debba realizzare motu proprio.

Ma nell'affermazione c'è del vero. Il patriottismo costituzionale non può essere che l'inizio di un lavoro di costruzione di un nuovo senso della patria.

E questa sta nella rivisitazione della nostra storia: dei punti alti come di quelli pessimi. Soprattutto questi ultimi, poiché se non li si rielabora ritornano, ritornano sempre come ben vediamo.

6) Il patriottismo è inevitabilmente nazionale ma non è nazionalista in senso reazionario. I patrioti del 1848 lottavano uniti in tutta Europa perché ogni popolo avesse la propria nazione, per lo stesso ideale. Il patriottismo non è aggressivo. Chi è per la propria patria rispetta quella degli altri.

Il patriottismo costituzionale è anche populista nel senso della costruzione del popolo ma, a differenza, del populismo ha un obiettivo preciso, non variabile, non dovuto ai sondaggi: è l'attuazione della Costituzione. E la Costituzione pone dei vincoli anche alla sovranità popolare: certi diritti non sono sottoponibili al voto.

E le parti sociali, le classi non scompaiono nel brodo apparente del: né di destra nè di sinistra, poiché rimane il conflitto, la dialettica. Per questo è importante la democrazia. La democrazia in tutte le sue forme: rappresentativa e popolare; e deve essere presente in tutti gli ambiti: lavoro, scuola, giustizia, esercito, forze dell'ordine, informazione.

7) Il patriottismo costituzionale non è solo un sentimento, un ideale ma è fortemente politico. Ciò ci porta a temi politici di grande attualità.

C'è uno Stato che non sentiamo nostro. Del resto è nato con legge delega dello Statuto Albertino esteso al paese dal Regno Sabaudo. Poi c'è stata la sua fascistizzazione, il ruolo della Chiesa, l'appropriazione democristiana, l'invasione partitica prima e poi la privatizzazione della cosa pubblica.

C'è forse da stupirsi se conquiste come la scuola e la sanità vengono messe in discussione, se la giustizia non funziona, se abbiamo delegato a dei professionisti la difesa del paese, se siamo un paese generalmente corrotto, se siamo al 52° posto come libertà e qualità dell'informazione, se stanno riducendo la democrazia ad un simulacro?

8) Ma la crisi di consenso del sistema liberista è evidente. Quando il popolo può votare si o no: il popolo vota NO. Hanno votato No anche i lavoratori di Alitalia nonostante ricatti bestiali. A questo proposito, vorrei sottolineare che la mancanza di una compagnia di bandiera è assurda in un paese come l'Italia che vive anche di turismo ed ha il patrimonio artistico più importante del mondo. Credono i nostri governanti che le altre compagnie aeree programmino il loro lavoro finalizzandolo agli interessi del nostro paese!? L'Alitalia è la metafora della crisi delle élite transnazionali nostrane.

A causa della evidente crisi di consenso, per le classi dirigenti, si pone il problema di come salvare l'apparenza della democrazia e renderla innocua: magari ricorrendo a leader da markentig, ai partiti non partiti affinché "tutto cambi perché nulla cambi".

9) L'attuazione della Costituzione deve dunque affondare le radici nei grandi temi che vivono le classi popolari ed i nodi storici del paese. Non è più una discussione da cattedre universitarie.

Deve diventare pane e salame. Deve essere tradotta in proposte e linguaggi comprensibili. L'attuazione della Costituzione non è un pranzo di gala.

Ed il patriottismo democratico è il fondamento di una lotta dura per cambiare, e rivoluzionare questo paese.

 * * * 

a) In merito al tema destra/sinistra ribadisco che la risposta è la Costituzione. Dobbiamo smettere di perdere tempo in questa diatriba. È vecchia. A parte considerazioni per cui questi termini, sul piano teorico e culturale, ancora hanno senso, il punto è che se andiamo nel concreto ci infiliamo in un ginepraio.

Ad esempio, chi rappresenta la destra economica? La rappresenta il PD, ma viene nominato come sinistra. Ma quando parliamo di destra non ci riferiamo al PD! Questo vale anche per i settori sociali. Non solo le élite, ma anche i lavoratori che hanno uno stipendio o una rendita certa (frutto del lavoro e delle lotte passate) stanno sull'altro fronte per ora. Sono di destra? Per questo, per me, dobbiamo superare questa discussione: il nostro riferimento è la Costituzione. Poi, per obiettivi specifici (uscita dall'Unione) si converge con chi ci sta, come è accaduto il 4 dicembre.

b) La/le destra/e non hanno programmi egemonici e un vero modello sociale alternativo. Inevitabilmente sono una delle tante sfumature del liberismo.

La crisi non ha fine. Per questo la Costituzione è importante. Essa delinea un altro modello di società, un altro senso del vivere in società.

c) La Costituzione è il nostro riferimento fondamentale, tuttavia, bisogna tradurla in proposte e iniziative concrete. Si parla tanto e giustamente della casta dei politici, ma lo si fa illudendosi che eliminandola le cose si sistemino da sole. Perché non puntiamo il dito anche contro i grandi manager delle banche o delle aziende che prendono stipendi e liquidazioni milionari!? Forse che non le pagano i lavoratori, i consumatori, i correntisti!?

Perché non affrontare il tema del risparmio (tutelato dalla Costituzione) per orientarlo, non verso i Fondi o la finanza ma, come propone Porcaro, verso la piena occupazione e una nuova matrice economica- industriale-ecologica del paese!? Pane e salame appunto.
d) Può nascere un movimento di massa nuovo sulle nostre posizioni?


In Italia questo può difficilmente accadere nel breve periodo, vale a dire finché il M5S non viene messo alla prova. Il M5S, per altro, è punto di riferimento di quel blocco sociale che dovremmo organizzare noi.

Noi non giocheremo il primo tempo: quello che forse finisce con le politiche del 2018. Dobbiamo, tuttavia, essere pronti per il secondo. Ed il secondo tempo potrebbe non essere così lontano. Per questo bisogna rimboccarsi le mani da subito.
   

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27.4.17

UN ORDINE NUOVO di Moreno Pasquinelli

Assemblea della CLN, Roma, 25 aprile 2017
Il discorso con cui sono stati aperti i lavori dell'assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale

«A nome del Coordinamento nazionale della CLN vi ringrazio per essere qui presenti. Mi auguro che questa assemblea serva a convincervi che malgrado la crisi drammatica che il nostro Paese attraversa, tutto è ancora possibile, che nessuno sconforto è giustificato, che non debbono esserci dubbi sul fatto che la nostra pattuglia si troverà sulla prima linea quando suonerà l’ora, non giunta ancora, della battaglia cruciale.

Non a caso abbiamo scelto, per riunirci, il 25 aprile. 72 anni fa l’Italia si liberava dal giogo del fascismo e dell’occupazione nazista. Proprio nel fuoco della guerra partigiana —che non fu solo di liberazione nazionale, che fu guerra civile e per certi versi anche guerra di classe— il popolo italiano, ricollegandosi alle sue migliori tradizioni spirituali e politiche, seppe riprendersi la dignità perduta e riconfermò che esso era non solo una sgangherata moltitudine ma una nazione, ovvero una comunità con un’identità storica ed ideale ed un comune destino. Non ci fosse stata la lotta partigiana, fossimo stati “liberati” solo dagli eserciti alleati, avremmo sì avuto uno Stato, ma senz’anima, uno Stato senza popolo.

Se il nostro Paese vive un momento storico drammatico, se la Repubblica è scossa alle fondamenta, è anche perché le classi dominanti, seguendo un impulso che hanno connaturato, hanno implorato l’ingresso di potenze straniere per consolidare il loro dominio e soggiogare il nostro popolo. Quest’aiuto non poteva essere gratuito. L’Unione a trazione tedesca ha chiesto e ottenuto la cessione di quote decisive di sovranità politica. L’altro ieri inviavano lanzichenecchi, ieri SS e carri armati, oggi l’invasione (altro che quella degli immigrati!) si manifesta in altre forme. Nel capitalismo-casinò in versione ordoliberista le nazioni si asserviscono infatti con nuove e micidiali armi di distruzione di massa: togliendo loro le leve della politica monetaria e di bilancio, che occorre riprenderci; con sofisticate speculazioni finanziarie che occorre impedire e che hanno nelle borse i loro santuari; nella rimozione di ogni ostacolo giuridico, che invece dobbiamo ripristinare, alle scorribande del capitalismo predatorio; in meccanismi di governance che privano i parlamenti di ogni effettiva supremazia sul decisore politico.

Non stanno quindi solo all’esterno i nostri nemici, ce li abbiamo dentro casa, sono gli strati superiori della borghesia i quali, con ogni sorta di intrighi e lusinghe, sostenuti da una casta di furfanti politici, aiutano i loro compari stranieri a depredare il Paese delle sue risorse, collaborano con loro nell’affamare la maggioranza del popolo e nell’affossare la Repubblica e le sue istituzioni. Hanno avuto il loro tornaconto, un miserabile strapuntino nel treno blindato ma senza freni della globalizzazione.

Non c’è salvezza per l’Italia finché questa classe di plutocrati disfattisti guiderà il Paese, finché non sarà ripristinato l’ordine costituzionale, ovvero non solo una democrazia formale ma sociale, dove l’eguaglianza non sia solo un formale guscio vuoto, ma sia anche sostanziale, quindi sociale.

Siamo dunque nazionalisti come affermano i nostri avversari? No che non lo siamo. Rifuggiamo anzi da ogni vanagloria nazionale. Ai nostalgici dello sciovinismo fascista e razzista come ai corifei del globalismo cosmopolitico, noi opponiamo lo stesso orgoglio patriottico che dopo l’8 settembre del 1943, spinse tanti giovani a diventare partigiani e la cui lotta diede i preziosi frutti della Repubblica e della Costituzione. Il nostro è un patriottismo repubblicano, costituzionale, democratico; che date le condizioni disperate che vive il Paese è patriottismo rivoluzionario, poiché solo con una rivoluzione democratica, nazionale e popolare l’Italia potrà risorgere nuovamente. Una rinascita che potrà esserci solo a patto che la grande maggioranza del popolo, passi dall’indignazione e dalla delega a improbabili sacerdoti dell’onestà, alla protesta attiva e consapevole. Quello nostro, per quanto abbia solide radici, non è un patriottismo passatista, è vivente, abita nelle battaglie di chi sta in basso, di cui l’ultima folgorante manifestazione è quella delle maestranze di Alitalia, le quali, dopo anni di umiliazioni e vessazioni, hanno trovato la forza del riscatto e dell’orgoglio proletario votando in massa NO ad un accordo infame già sottoscritto dai sindacati gialli, cosiddetti confederali.

Chi comanda ci accusa per questo di fomentare il disordine politico e i contrasti sociali. Noi rovesciamo l’accusa: voi, scardinando l’ordinamento costituzionale avete causato un caos politico e istituzionale senza precedenti! Voi, con il vostro crudele accanimento terapeutico neoliberista avete spinto al massimo la discordia e l’odio sociali! Peggio, per deviare l’insorgenza popolare che punta dritto contro di voi ed il vostro mondo tossico, state congiurando per scatenare una guerra tra i poveri. Siamo qui per impedirvelo, per togliervi la maschera progressista dietro la quale nascondete la vostra natura disumana. Noi siamo quelli che ristabiliranno l’ordine, ma un ordine nuovo, solido perché fondato sul consenso democratico, che voi non avete e non avrete mai più. Un ordine fondato sui vincoli di solidarietà e appartenenza alla comunità, sull’emancipazione dei più deboli, sulla sicurezza come protezione dei diritti sociali.

Non è il successo del No che abbiamo ottenuto il 4 dicembre che ci possa mettere al riparo dal disastro. Abbiamo solo respinto l’ennesima offensiva di chi comanda, che ora approfitta della tregua per riordinare le fila, trovare un nuovo varco per scardinare le nostre difese. All’erta dunque dobbiamo stare! Consapevoli che nessuna forza democratica, da sola, potrà evitare di essere travolta.

Ecco la ragione per cui abbiamo dato vita alla Confederazione, per dare un esempio, per sperimentare una via che aiuti l’unità delle forze democratiche ed antiliberiste. L’acronimo è CLN, una sigla impegnativa, che ci riporta appunto ai Comitati di Liberazione nazionale che sorsero nella Resistenza, che erano anche una forma di contropotere popolare e che per questo, tra la fine del 1945 e gli inizi del 1946, le rinascenti forze reazionarie, riuscirono ben presto a smantellare.

Non ci montiamo la testa per essere riusciti a dare vita alla CLN. Ci consideriamo tuttavia un lievito senza cui il pane della liberazione non si fa. Ci consideriamo una minoranza creativa, coloro che con le idee e l’esempio aiuteranno alla nascita di un blocco patriottico costituzionale che dovrà prima o poi strappare il governo dalle mani dell’oligarchia.Conosciamo i nostri limiti, ma non siamo affetti dal morbo del settarismo, non abbiamo paura, non temiamo il confronto, né con chi ci è vicino, né tantomeno con chi ci è lontano. Non ci appartiene l’ossessione della contaminazione. Non ci faremo chiudere in un recinto, sappiamo che per raggiungere la meta sarà necessario non solo convincere gli indecisi ma persuadere chi oggi sta nel campo avversario.

Lasciatemi concludere con quanto scriveva il martire la cui memoria serbiamo nei nostri cuori, Antonio Gramsci:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Non restate dunque alla finestra amici e compagni, non siamo qui a chiedervi aiuto. Vi esortiamo invece a gettare il vostro corpo nella mischia, come protagonisti quindi, a combattere, a migliorare voi stessi, a credere in voi stessi. Poiché solo chi crede in sé stesso, può essere d’esempio per tanti altri».

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23.4.17

ALITALIA: SE VINCONO I NO

Si conclude domani il referendum tra le maestranze di Alitalia sull'accordo siglato da azienda e sindacati confederali e governo.
Un accordo contro cui, seguendo le indicazioni della CUB di Fabio Frati e Antonio Amoroso, molti lavoratori hanno protestato e scioperato nelle ultime settimane.
Segnaliamo ai lettori le riflessioni che condividiamo su questa importantissima vicenda.
Fabio Frati sarà uno dei protagonisti della nostra assemblea nazionale il 25 aprile.

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17.4.17

IL PROGRAMMA DELL'ASSEMBLEA PUBBLICA DELLA CLN - 25 APRILE, ROMA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il 25 aprile con la CLN
Confederazione per la Liberazione Nazionale


ASSEMBLEA PUBBLICA

Roma - Roma Scout Center. Largo dello scautismo 1 (nei pressi della stazione Tiburtina. Metro B, Bologna)

Per informazioni e adesioni: conf.liberazionenazionale@gmail.com

Sessione mattutina
Ore 10:00 - 13:30

Saluto ai presenti: Moreno Pasquinelli

Cos’è e cosa propone la CLN
Discussione sul Manifesto della CLN

Introduce: Ferdinando Pastore

Intervengono:

Alessio Pizzichini (l’Intellettuale Dissidente)
Beppe De Santis (Noi Mediterranei)

Dario Zamperin (Riscossa Italia)
Fabio Frati (Lavoratori Alitalia)
Franco Bartolomei (Risorgimento Socialista)
Franz Altomare (P101)
Giorgio Cremaschi (Eurostop)
Leonardo Mazzei (P101)
Manuela Palermi (Partito Comunista Italiano)
Mariano Ferro (I Forconi)
Massimiliano Musso (Forza di Popolo)
Pier Paolo Dal Monte (Indipendenza e Costituzione)
Pietro Attinasi (Noi Mediterranei)
Riccardo Achilli (Risorgimento Socialista)
Sergio Cesaratto (Politica e Economia Blog)
Stefano D’Andrea (Fronte Sovranista Italiano)
Wilhelm Langthaler (Coordinamento europeo no euro)

Ore 13:30 – Interruzione per il pranzo
(Il pasto sarà servito nello stesso luogo dell’assemblea. E’ necessario quindi che ognuno ci segnali la sua richiesta con una mail a: conf.liberazionenazionale@gmail.com )

Sessione pomeridiana
Ore 14:30-17:30

«Un patriottismo costituzionale per la sovranità popolare e nazionale»

TAVOLA ROTONDA con

Luciano Barra Caracciolo
Marco Zanni
Ugo Boghetta

Ore 17:30- 18:00

Concluderemo con il concerto musicale del cantautore Francesco Basso

 

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6.4.17

ASSEMBLEA FONDATIVA DELLA C.L.N. - ROMA 25 APRILE

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il 25 aprile con la CLN
Confederazione per la Liberazione Nazionale


ASSEMBLEA PUBBLICA


Roma
Ore 10:00 - 18:00
Roma Scout Center. Largo dello scautismo 1  (nei pressi della stazione Tiburtina. Metro B, Bologna)

Intervengono

Achilli Riccardo,
Attinasi Pietro,
Barra Caracciolo Luciano,
Bartolomei Franco,
Boghetta Ugo,
Cesaratto Sergio,
Cremaschi Giorgio,
Dal Monte Pierpaolo,
De Santis Beppe,
Ferro Mariano,
Mazzei Leonardo,
Palermi Manuela,
Pasquinelli Moreno,
Pastore Ferdinando,
Tedesco Mauro,
Zanni Marco,





Fronte Sovranista Italiano, Eurostop, Partito Comunista Italiano, Riscossa Italia, Coordinamento europeo No Euro

 
Per informazioni e adesioni:

conf.liberazionenazionale@gmail.com

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4.4.17

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. 

E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.

Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. 

Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).

L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale) molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.

Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. 

A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.

Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!

Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.

Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.


Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.

In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.

Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non
III. Forum europeo No Euro. Chianciano terme, settembre 2016
rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi può testimoniarlo): semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.

Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.

[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).

[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.

[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

*Fonte: Owenisti Giuliani

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